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Presentazione del volume «Il rischio educativo» 2006



Appunti dell’incontro di presentazione del libro “Il rischio educativo” di mons. Luigi Giussani - ed. Rizzoli, svolto il 28 febbraio 2006 nell’auditorium dell’Istituto Regina Mundi di via Boncompagni 18 a Milano.




dottor Bruno Calchera
 
Questo incontro ha lo scopo di raccogliere i contenuti dell’appello "Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio" lanciato nel mese di novembre 2005 e che è stato condiviso da personalità di diversa estrazione culturale che hanno accettato di prendere seriamente l’urgenza di una educazione che riguarda ciascuno di noi.
 

Leggo un passo significativo dell’appello: Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. Per anni dai nuovi pulpiti - scuole e università, giornali e televisioni - si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere.
 
La presentazione del testo “Il rischio educativo”, uno fra i più importanti di quelli scritti da mons. Luigi Giussani, offre l’occasione di approfondire questi temi.
 
INTERVENTI:
dottoressa Eugenia Scabini
 
Questa vostra presenza è il segno di una nuova risorsa, che si può vedere perché c’é. E’ un segnale che ci da forza e ci infonde coraggio sul problema dell’educazione, mi fa intendere che è davvero un’emergenza e che si ha interesse di comprendere.
 
L’educazione è il “tirare fuori” il bambino e farlo diventare adulto. L’educazione è un metodo. Ci troviamo spesso di fronte a genitori smarriti perché pensano che il contenuto dell’educazione siano le competenze. I miei genitori sono stati grandi educatori e mi hanno trasmesso cose importantissime pure avendo una istruzione minima e vivendo semplicemente.
 
 Ma cosa vale la pena sia tramandato, trasmesso? Il senso della vita.
Ed è proprio il patrimonio che ho ricevuto da loro e che custodisco con grande gratitudine. Un punto che tengo a sottolineare è l’importanza della tradizione. Ciascuno deve partire dalla sua tradizione.
 
Nel libro è descritta con un’immagine molto simpatica: lo zainetto nel quale i genitori hanno risposto tutti le loro indicazioni, raccomandazioni, ma soprattutto le loro esperienze. Il ragazzo ad un certo punto toglie questo zainetto (la sua dote) dalle spalle e incomincia a “frugare” dentro per confrontarlo con l’esperienza che sta vivendo lui in quel momento.
 
 L’educatore dà al figlio il suo patrimonio, aiutandolo a scoprire cosa è più importante per lui che ha già vissuto parte della sua vita ed è adulto . L’educatore non può rinunciare a questo importante ruolo, deve comunicare la verità di se stesso, altrimenti il figlio rischia di restare abbandonato.
 
Due raccomandazioni importanti: per essere educatori non servono capacità specifiche, non servono competenze tecniche; l’educazione è un rischio: consegniamo al figlio il senso che la vita ha per noi, la nostra tradizione e lui lo confronterà con le proprie esigenze fondamentali.
 
Dobbiamo accettare l’eventualità che la sua posizione sia diversa dalla nostra, senza per questo giungere alla conclusione che la nostra proposta non sia adeguata. E’ il contenuto della nostra esperienza e solo noi lo possiamo comunicare, abbiamo il dovere di comunicarlo, insieme alle ragioni che hanno sostenuto via via le nostre scelte. E’ un patrimonio prezioso che consegniamo con affetto, con passione.


don Ambrogio Pisoni

 
Dall’introduzione del libro, nell’edizione 1995, riprendo questo interrogativo: “in che cosa consiste, come si svolge l’educazione?”.
 
E’ importante il come, si tratta di imparare come si vive, così si scopre chi siamo. E’ il metodo, la strada attraverso cui incontro la grande amicizia della mia vita, cioè la realtà.
Introduzione alla realtà totale significa introduzione al senso della realtà, al significato del mio essere, del mio “io” nel rapporto con il reale. E’ una educazione vera, cioè corrispondente all’umano, quello che il nostro cuore attende.
 
Il nostro “io”, la radice di noi stessi, desidera trovare una risposta alla domanda “perché sto vivendo?”. “Se vuoi vivere per te adesso, devi vivere per un Altro” diceva Seneca.
L’inizio dell’”io” è il cuore dell’”io”. L’educazione è cogliere l’esigenza dell’altro, guidarla e dominarla perchè non sia schiavo del capriccio.
 
Il cuore è una esigenza indistruttibile e non me lo sono dato da solo. Il bambino per vivere ha bisogno di un altro, ha bisogno di essere accompagnato al cuore della vita. Il cristianesimo è l’annuncio che è entrato nel mondo chi ha fatto il cuore.
 


dottor Ubaldo Casotto

 
Incontrare un uomo. Ho scoperto la lettura come mezzo per incontrare la persona che ha dato vita al racconto, alla parola, all’insegnamento. Ogni volta che rileggo “Il rischio educativo” mi si propone questo incontro.
 
Sono un giornalista e quindi sono un educatore. La mia professione è di raccontare il fatti, così come l’educazione è introdurre, è far conoscere la realtà. Ho imparato a guardare la realtà come una ipotesi da seguire, a cui tentare di dare un significato accettando le provocazioni che ci pone in ogni istante.
 
Per fare questo è necessario partire da una posizione certa, dalla tradizione che abbiamo ricevuto, che è il bagaglio di esperienze che i nostri educatori, con autorità, ci hanno regalato. Così ci è proposto l’incontro tra la nostra intelligenza e la realtà. A partire dal fatto che la realtà è data.
 
La grande ipotesi da verificare è se la fede è capace di rendere ragione di sè. La ragione. Questa è una rivoluzione culturale. Il punto di partenza è una certezza. Il cardinale Joseph Ratzinger propose questa sfida: “provate a vivere come se Dio ci fosse, prendeteLo come ipotesi da verificare”. L’ipotesi è molto più che un valore, è un’avventura aperta ad uno spazio misterioso. Ricordandosi che “il tappo dell’ideologia impedisce che l’ossigeno dell’ideale arrivi al cuore”.

Racconti dell’incontro personale con mons. Luigi Giussani
 
dottoressa Eugenia Scabini
Il ricordo più vivo che conservo dell’incontro con mons. Giussani è di essermi accorta della serietà con cui è entrato in rapporto con me. Sentivo di essere considerata una persona unica. Proprio io, in mezzo a tanti cercava proprio il rapporto con me.
 
Teneva ad un rapporto personale e la sua domanda più insistente è sempre stata: “Tu, cosa pensi, tu cosa desideri?” facendo capire che ciò che interessava era la “mia” posizione verso la vita. Traspariva da lui un passione amorosa per Cristo e per la Chiesa, come la sua passione per la lotta contro l’affronto superficiale con la realtà.
Il dono più grande che ci ha fatto è stata l’amicizia che ci ha dato. E’stata un’amicizia davvero potente, tanto forte da fondare una comunità di persone che volevano insieme a lui capire il senso della realtà, cioè Cristo.
 
Fosse stata una semplice avventura educativa, però, non avrebbe retto per così tanto tempo. Abbiamo vissuto le lotte ideologiche degli anni ’60 e ’70. Mons. Luigi Giussani, proprio per la verità del suo metodo educativo,  è riuscito a mantenere i rapporti anche con le nuove generazioni che si sono formate dopo gli anni della grande contestazione. Ha ricominciato, senza perdersi d’animo, ed ha trovato una intesa anche con quelli che si sono uniti dopo di noi.
 
don Ambrogio Pisoni
La circostanza che mi ha convinto a stargli sempre vicino, è nata da un episodio semplice.
 Durante un viaggio in automobile gli raccontavo le mie perplessità nella mia capacità ad assolvere gli incarichi che mi aveva affidato. Giunti a destinazione speravo che mi desse dei buoni consigli per risolvere le mie difficoltà; visto che era stato in silenzio per tutto il viaggio credevo si fosse preparato la risposta, invece mi disse semplicemente: “Hai ragione. Devi imparare a fare i salti mortali” e mi salutò affettuosamente.
 
Rimasi sbalordito perchè mi sono sentito trascurato, ma subito dopo ho capito alcune cose: anche io potevo imparare a fare il salti mortali, non solamente i “più bravi”; mons. Giussani mi voleva così bene da avere tutta quella stima per il mio cuore, mi suggeriva la possibilità di diventare protagonista della vita ad un livello che non mi sarei mai immaginato.
 
Per la mia crescita di uomo mi invitava a non arrendermi, ad affrontare con coraggio l’avventura della vita, cioè quel che Cristo stava preparando per me.
Infatti è proprio cedendo all’invito di un altro a fare un passo che è oltre la tua misura che si diventa grandi, perchè è lo stesso metodo che ha usato Dio rivelandosi al mondo con una misura umanamente impossibile.
 
dottor Ubaldo Casotto
Da quando ho incontrato mons. Giussani ho imparato che la frase “lascerò ai miei figli tutto quello che ho” è più vera se viene corretta in “lascerò ai miei figli tutto quello che sono”, perchè la ricchezza profonda di ciascuno di noi è il proprio “io”, il proprio “cuore”, come abbiamo ripetuto durante questa chiacchierata.
 
L’episodio che ritengo più importante nel rapporto con lui è iniziato da un biglietto d’auguri natalizio che gli inviai e che conteneva una frase che avevo imparato da lui: “Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita”.
 
Qualche giorno dopo ebbi modo di spiegargli che quella frase era importante per me perchè definiva esattamente il mio rapporto con lui, senza quel rapporto non ci sarebbe stato niente di me.
 
Il momento in cui ho percepito in modo definitivo l’importanza di questo rapporto, è stato durante una lezione che mons. Giussani tenne sul Senso Religioso a proposito della libertà, mi segnò così profondamente che ricordo anche la data, fu il 17 febbraio 1978.
Disegnò un cerchio che rappresentava il mondo quindi disegnò un puntino all’interno del cerchio e disse che questo rappresentava l’uomo. Spiegò che per l’uomo esisteva una sola possibilità di vivere libero dal meccanismo del mondo, ed era quella di essere, in ogni istante, in diretto rapporto con Dio.
 
Altrimenti la scelta è di esercitare il potere, e io come giornalista posso disporre di un certo potere,  illudendosi di impadronirsi del mondo oppure restare schiavo di chi ha il potere.
La libertà, invece,  è la dipendenza da Dio.
 
(appunti non riletti dai relatori)
  
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